Oceania

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Pierluigi in the World

Ogni viaggio lascia un segreto inciso nell’anima


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AFGHANISTAN

Il Paese degli occhi speranzosi

Ci sono viaggi che nascono da un desiderio.

E altri che nascono da una domanda.

Il mio viaggio in Afghanistan nacque da entrambe.

Nei primi mesi del 2002 e, in quel particolare momento, alcune zone del Paese offrivano una situazione di sicurezza che mi permise di pensare a una partenza.

L'Afghanistan era una terra che conoscevo anche attraverso il cinema. Ancora una volta, come mi è accaduto tante volte nella vita, le immagini di un film erano riuscite a trasformare un luogo lontano in una destinazione capace di farmi sognare.

Partii con pochissimo.

Uno zaino, due paia di pantaloni, qualche maglia, l'intimo necessario.

Niente telefono.

Niente macchina fotografica.

Volevo semplicemente esserci.

Non arrivare come qualcuno che prende immagini e riparte, ma come un viaggiatore curioso, rispettoso e sinceramente affascinato da quella terra.

Da Kabul a Herat, dalla valle di Bamiyan ai suoi Buddha scolpiti nella montagna e poi distrutti a marzo del 2001 dai talebani, fino ai laghi d'alta quota di Band-e Amir e al remoto Corridoio di Wakhan, attraversai soltanto una piccola parte di un Paese immenso, perché la sicurezza personale imponeva prudenza.

Ma quella piccola parte fu sufficiente per lasciarmi un ricordo enorme.

Ricordo soprattutto le persone.

Uomini e donne che sembravano avere dentro una speranza fragile, ma ancora viva.

Preoccupati per i propri figli.

Attenti al futuro.

Eppure capaci di accogliermi con rispetto e ospitalità.

Il tè diventava una tappa del viaggio.

Entravi in una casa, magari senza conoscere la lingua, e bastava uno sguardo per capire che eri il benvenuto.

Sorrisi larghi.

Occhi profondi.

Occhi che sembravano raccontare preoccupazioni, ma anche una piccola fiducia nel domani.

Forse è questo che ricordo più di tutto dell'Afghanistan.

Non i paesaggi.

Non le montagne.

Non le fotografie che non ho scattato.

Ricordo gli occhi delle persone.

E ancora oggi penso che, qualche volta, per raccontare davvero un Paese, non serva una macchina fotografica.

Basta averlo guardato negli occhi.

E aver avuto il tempo di lasciarsi guardare.