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Pierluigi in the World
Ogni viaggio lascia un segreto inciso nell’anima
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Italia
Roma – Il respiro eterno, la voce delle pietre e dove la mia curiosità ebbe inizio
Roma non è solo la città dove sono nato. Roma è un respiro che mi accompagna da sempre, un canto antico che si insinua nelle vene come il Tevere tra le sue sponde, un mosaico di pietre e sogni intrecciati in un abbraccio senza tempo. Camminare tra le sue vie è un atto di rispetto e meraviglia, un dialogo silenzioso con ogni angolo che ha un’anima, un frammento di storia che mi parla come un vecchio amico.
I tramonti qui regalano emozioni che nessun’altra città osa promettere. La luce si posa sul Colosseo o Anfiteatro Flavio e su quella pelle consumata dai secoli, e io sento quella vertigine che non smette mai di farmi tremare: rispetto per chi ha lottato e vissuto sotto quel cielo, come un’eco lontana che ancora palpita. Il Foro Romano si apre come un libro scritto da mani invisibili, raccontando ogni giorno storie che scopro con occhi nuovi, come se la città mi volesse svelare un suo segreto personale, solo per me.
Il Pantheon e i suoi misteri, le infinite fontane che parlano con la voce dell’acqua, l’Isola Tiberina che si adagia tranquilla nel cuore del fiume, il ristorante della Sora Lella, icona di Roma e di un’Italia che sa accogliere il mondo con calore e sapori indimenticabili. Ostia Antica, la città nella città, che al solo pensiero di entrarci mi lascia la pelle d’oca, come se varcassi una soglia sospesa tra tempo e memoria. La Fontana di Trevi, è forse quella che più di ogni altra sembra viva, palpitante, come se l’acqua custodisse segreti di secoli. Non è solo un capolavoro barocco, ma un vero e proprio set naturale, un palcoscenico che il cinema ha reso immortale. E sotto la sua bellezza affiorante, Roma continua a svelarsi in silenzio: tra i resti nascosti dell’antico acquedotto, l’acqua compie ancora il suo viaggio invisibile, attraversando pietre e tempo come un respiro che non si è mai interrotto.
Fu Federico Fellini a consegnarla alla leggenda, con la scena de La Dolce Vita: Anita Ekberg che scende nella vasca in abito da sera, chiamando Marcello Mastroianni a seguirla. Dopo quella notte di cinema, Roma non fu più la stessa: la Fontana di Trevi smise di essere solo una piazza, divenne un mito universale. E ancora, dai turisti incantati di Vacanze Romane fino ai misteri moderni di Angeli e Demoni, La città di Roma ha continuato a recitare la sua parte, sempre protagonista, sempre eterna.
Oggi, migliaia di viaggiatori ripetono il gesto reso eterno proprio dal cinema: lanciare una moneta nell’acqua, voltando le spalle, per assicurarsi di tornare a Roma. Ma per me, la Fontana di Trevi resta la regina della città d’acqua, un palcoscenico in cui sogni e realtà si confondono. Qui, tra le sue cascate che sembrano cantare, lancio ancora monete non solo per continuare a rivedere questa meraviglia, ma con il desiderio segreto di poter sfamare le mie curiosità: ogni viaggio, ogni storia, ogni angolo nascosto che attende di rivelarsi.
E poi c’è la Roma sotterranea, misteriosa e nascosta, i vicoli trasteverini illuminati dai lampioni antichi, dove i profumi delle cucine delle trattorie e delle osterie si mescolano al suono lieve di musicisti di strada, mentre bar notturni sfornano maritozzi con la panna, quel piccolo lusso di dolcezza che, come Roma, ti coccola con un abbraccio lento e avvolgente.
La città eterna ha visto nascere miti che hanno fatto battere il cuore di Roma: Nicola Pietrangeli, maestro indiscusso del tennis, e Max Biaggi, re indomito delle due ruote. Campioni che per i romani sono simboli di passione, talento e spirito indomito, proprio come la città che li ha visti nascere e crescere.
Roma è la mia casa e il mio eterno viaggio, un cammino che ho iniziato con la curiosità di capire quel filo sottile che lega passato e presente, pietre che raccontano e sogni che non smettono mai di vivere. Come scritto nel mio primo libro Tra il silenzio e le frontiere, dove il mio percorso è nato da un semplice desiderio: quello di amare, rispettare, e comprendere il mondo attraverso il racconto della storia, della curiosità e del cuore.
Il mio viaggio in Italia prosegue, attraversando terre che conservano i segni di un impero che ancora pulsa nel presente.
Naturalmente iniziamo con le regioni che hanno dato la luce ai miei genitori, anche perché sono state le prime ad essere visitate per ovvi motivi.
Le Marche una terra di radici e poesia, per me sono molto più di una semplice regione; sono la terra che ha dato la luce a mio padre e dove ho trascorso lunghe estati d’infanzia e adolescenza, quando la scuola finiva e il tempo sembrava dilatarsi sotto il sole caldo. Quelle estati hanno inciso nel mio cuore ricordi indelebili: i profumi delle campagne, il canto degli uccelli all’alba, le risate con amici sotto un cielo stellato, le passeggiate tra colline che sembrano infinite.
Ma le Marche sono anche la patria di un grande poeta, Giacomo Leopardi, la cui anima tormentata e profonda ha saputo trasformare il dolore in versi eterni. Ho sempre sentito un legame particolare con lui, come se il suo sguardo malinconico e la sua ricerca di senso fossero un eco della mia stessa voglia di capire il mondo. Leopardi non è solo il poeta della “tristezza”, ma anche un uomo capace di trovare bellezza nella natura e nella fragilità umana, un insegnamento prezioso per chi, come me, cerca di camminare con gli occhi aperti e il cuore saldo.
In questo viaggio tra le Marche, ho rivissuto quei momenti con una consapevolezza nuova, assaporando il gusto autentico dei vincisgrassi e lasciandomi cullare dalla dolcezza del paesaggio adriatico, dove ogni tramonto è una poesia che si rinnova.
Ed eccoci in Basilicata, terra silenziosa e antica, che per lungo tempo ha custodito la sua bellezza solo agli occhi degli italiani, come un segreto prezioso. Poi è arrivata lei, Matera, a rompere il silenzio e ad abbracciare il mondo intero. I Sassi di Matera: un intreccio di antiche abitazioni, chiese e cisterne scavate nella roccia calcarea, adagiati lungo il fianco della Gravina, quel canyon naturale che sembra scolpito per custodire storie eterne. Due anime la compongono: il Sasso Barisano e il Sasso Caveoso, ciascuno con la sua architettura unica, dove le case si fondono con la pietra e il paesaggio, nate non da costruzioni, ma da grotte preesistenti, ampliate e modellate nei secoli. Un labirinto di ambienti collegati come vene di una stessa anima, in un equilibrio perfetto tra uomo e natura.
Per me, Matera è una città conturbante, forse tra le cinque più belle al mondo. È un incanto di pietra e luce, dove il passato si fa presente e il presente diventa magia. Camminare tra i Sassi è come sfogliare un libro di leggende senza tempo: ogni vicolo, ogni gradino, ogni ombra custodisce segreti antichi.
Non è solo un luogo da ammirare: è un palcoscenico mondiale. Qui Mel Gibson ha girato La Passione di Cristo, imprimendo nelle pietre il peso della sofferenza e la potenza della fede. The Nativity Story ha portato la nascita della speranza tra queste stesse mura, Ben-Hur ha fatto risuonare l’eco delle sue leggende immortali. Qui ha passeggiato anche Wonder Woman, simbolo di forza e coraggio, e più recentemente James Bond, con le scene mozzafiato di No Time to Die. Ma Matera è anche poesia italiana, quella di Pasolini con Il Vangelo secondo Matteo, e di Tornatore con L’uomo delle stelle.
Grazie a queste opere, la Basilicata ha aperto le sue braccia a migliaia di visitatori da ogni parte del mondo, ma per me questa terra ha un significato ancora più profondo: è la culla materna. È il luogo dove è nata mia madre, tra le strade di Rionero in Vulture, e dove da bambino ho conosciuto la meraviglia dei Laghi di Monticchio, incastonati come gemme verdi e silenziose ai piedi del Monte Vulture. Per anni sono stati il nostro parco giochi, il teatro delle avventure estive, un rifugio di risate e scoperte.
E poi c’è la Basentana, la lunga strada che attraversa le montagne, tracciando una linea tra paesaggi aspri e maestosi. Percorrerla è come sfidare la natura e al tempo stesso abbracciarla: una via che regala immagini quasi spettrali, di un fascino che ti rimane dentro. Ancora oggi, quando penso alla Basilicata, riaffiorano ricordi vivi di emozioni forti e domande senza risposta, come se quella terra avesse ancora qualcosa da raccontarmi.
Le persone qui sono come i Quattro Moschettieri: tutti per uno e uno per tutti. Cordiali, generose, pronte a condividere un bicchiere di vino o un piatto semplice, ma capace di riempire il cuore. La Basilicata non è solo un luogo che ho visitato: è una parte di me, un battito che porto sempre nel cuore.
Tra sapori e vette di gloria eccoci in Emilia Romagna, dove il mio cammino prosegue lungo l’antica Via Emilia, tracciata dai romani nel 187 a.C., sento di percorrere una linea di tempo dove passato e presente si stringono la mano. Ogni città che incontro è una tappa di un viaggio che non appartiene solo a me, ma a secoli di pellegrini, mercanti, imperatori e sognatori.
A Piacenza, porta settentrionale dell’impero, respiro il profumo di piazze rinascimentali e chiese romaniche, e chiudendo gli occhi immaginavo le legioni che qui si fermavano prima di marciare verso nuove conquiste. Poi la strada mi porta a Parma, città di duomi e battisteri che sembrano scritti con la pietra anziché con l’inchiostro, e che custodiscono la musica di Verdi e Toscanini, un’eco d’arte che vibra ancora tra le vie e senza accorgermi dei kilometri effettuati arrivo a Modena, dove la Cattedrale, la Torre Ghirlandina e Piazza Grande formano un abbraccio millenario, e dove il profumo dell’aceto balsamico si mescola alla voce immortale di Luciano Pavarotti. Proseguendo, incontro Ferrara, capitale degli Este, dove il Castello Estense si specchia nelle acque del fossato e il Palazzo dei Diamanti brilla come un gioiello di pietra scolpito dal Rinascimento. A Ravenna, un tempo città federata della Repubblica romana, varco la soglia delle basiliche come chi entra in un silenzio sacro. Rimango muto davanti ai mosaici bizantini: ogni tessera trattiene una stilla d’alba, un frammento d’eterno che vibra nella penombra dorata. La luce si fa preghiera sulle pareti, scivola tra gli archi, respira nei volti immobili dei santi.
Qui anche Dante Alighieri trovò la sua ultima dimora, consegnando alla città l’eco del suo canto. E Ravenna sembra custodirlo ancora, quel respiro: sospeso tra oro e silenzio, tra cielo e terra, come una promessa che non smette di brillare.
Ma l’Emilia-Romagna non è solo storia: è il gusto pieno delle tagliatelle al ragù, dei tortellini avvolti nel burro, del Parmigiano Reggiano stagionato come un’opera d’arte. È il rombo delle macchine di Enzo Ferrari, il genio che trasformò la velocità in eleganza. È la grinta di Alberto Tomba, che sulle piste innevate portò il tricolore a trionfare nel mondo.
La costa, con i suoi lidi e i parchi gioco, è un sorriso aperto sul mare. E il sale di Cervia, bianco come neve d’estate, è un dono antico che ancora oggi varca i confini del mondo. In Emilia-Romagna, la storia dell’Impero Romano e la passione dell’Italia si incontrano, fondendo pietre, volti e sapori in un unico canto che continua a correre, come la Via Emilia, verso l’infinito.
Sicilia – Terra di dominazioni, lingue intrecciate e radici romane.
La Sicilia è un caleidoscopio di civiltà, un crocevia dove ogni pietra racconta di incontri, conquiste e armonie inattese. Seguendo le tracce dell’Impero Romano, che qui lasciò strade, ville e templi, mi sono sentito parte di un continuum storico che attraversa i secoli. Camminando tra le antiche rovine, come quelle di Siracusa o di Morgantina, ho percepito il respiro dei legionari romani che un tempo marciavano lungo la costa e i fiumi, e il sussurro delle città che nascevano attorno ai mercati e ai teatri. Morgantina, nel periodo ellenico, fu un centro fiorente, con un teatro affacciato sulle colline, agorà animate e templi dedicati agli dèi. La vita scorreva tra arte, commercio e filosofia. La guida si fermò per un istante, come se evocare l’arrivo di Roma fosse un peso troppo grande da pronunciare. E in parte lo compresi: ciò che accadde con l’avanzata romana non fu solo conquista, ma trasformazione profonda. Roma portò nuove leggi, strade e monete, e con esse un lento spostamento dei commerci verso altri centri. Non ci fu un crollo improvviso, ma un declino silenzioso, come una fiamma che lentamente si affievolisce.
Camminando tra le rovine di Morgantina, i miei occhi si perdevano nelle colonne spezzate, nei mosaici sbiaditi, mentre il vento trasportava odori di erba secca e terra arsa dal sole. Ogni pietra sembrava sussurrare storie di mercanti, filosofi e artigiani che un tempo animavano le strade. L’eco doppia della storia si percepisce ancora: da un lato la gloria luminosa dell’epoca ellenica, con le sue feste e i suoi templi, dall’altro la malinconia di un mondo che si spegne, sospeso tra il passato e il presente. Il vento sembrava portare voci lontane, e io, camminando, sentivo che ascoltare era un modo per toccare la memoria stessa della terra.
Ma la Sicilia non è solo Roma: giunsero poi i Normanni nel XII secolo, tessendo una società multietnica dove Arabi, Bizantini, Latini ed Ebrei convivevano, dando vita a un’isola unica. L’arabo rimase lingua dell’amministrazione accanto al latino e al greco, un ponte tra mondi diversi che ancora oggi parla attraverso le pietre dei palazzi e delle chiese. Palermo custodisce questa memoria: camminando lungo il Cassaro, oggi Via Vittorio Emanuele II, o la vivace Via Maqueda, sento l’impronta araba e normanna, mentre il Palazzo dei Normanni e la Cappella Palatina scintillano come gioielli di un’armonia stilistica antica e universale.
Le lingue del passato struggono le vie: nella zona ebraica le targhe compaiono in italiano, ebraico e arabo, segno tangibile di comunità che hanno vissuto e plasmato l’isola. E ancora, i coloni portati dai Normanni dal Piemonte, dalla Liguria e dall’Emilia hanno lasciato enclave interne come San Fratello, Piazza Armerina e Aidone, dove sopravvive un dialetto lombardo, piccolo tesoro linguistico sospeso tra passato e presente. Nei siti archeologici, la Sicilia svela la sua anima più profonda: la Valle dei Templi di Agrigento, con le sue colonne possenti che sfidano il tempo; il Teatro Greco di Taormina, dove le voci risuonano sotto un cielo sempre azzurro; Selinunte e Segesta, custodi di memorie che sembrano respirare con il vento. In queste pietre ho sentito il battito del Mediterraneo, il respiro delle genti che hanno plasmato la storia, e ho compreso che esplorare è sentire il cuore del mondo attraverso le città, le lingue e le rovine che ci precedono.
Poi i paesaggi dei laghi hanno svelato la loro anima più profonda. Sul Lago di Como, tra le acque tranquille e le ville sospese tra cielo e montagne, ho sentito l’eco dei secoli e dei grandi personaggi che qui hanno lasciato il segno. Como, con le sue vie antiche e le piazze silenziose, è stata la culla di Alessandro Volta, il genio che inventò la pila elettrica e accese il mondo. Camminare nei suoi luoghi significa respirare la curiosità e l’ingegno di un uomo che trasformò l’idea in luce. Tra Villa Olmo e Villa Carlotta, ho immaginato intellettuali, artisti e filosofi passeggiare tra giardini e saloni, parlando di idee che avrebbero plasmato la cultura italiana.
E poi il cinema: le ville e i paesaggi del lago hanno fatto da sfondo a capolavori come Ocean’s Twelve e Star Wars: Episodio II – L’attacco dei cloni, dove la bellezza naturale diventa protagonista, catturando occhi e cuore di chi osserva. Ogni riflesso sull’acqua, ogni vicolo lastricato racconta storie di talento e bellezza senza tempo.
Non lontano, il Lago di Garda mi ha accolto con la sua calma poetica: passeggiate lente, tramonti dorati, risate leggere con mia moglie e i figli. E tra risotti, polente e sapori genuini delle trattorie, ho scoperto la Lombardia delle armonie nascoste, dove la modernità e la tradizione convivono, dove il rombo dei motori convive con il silenzio di acque antiche, e dove ogni istante diventa ricordo indelebile.
E da qui, il passo verso il Veneto fu naturale, come seguire un filo invisibile che unisce emozioni diverse: sci sulle piste, vini pregiati e il fascino senza tempo. Il Veneto è entrato nella mia vita con la prima discesa tra le cime innevate, dove il silenzio della montagna si fonde con l’energia di chi ama la sfida e la natura. Fu da lì che lentamente iniziai a conoscere questa terra dalle mille sfaccettature: città d’arte, borghi medievali e, soprattutto, vini unici al mondo, come il Prosecco e l’Amarone, che raccontano storie di vigneti e passione.
In particolare, l’Amarone: vino che ho scelto come presente ai miei invitati di matrimonio, regalando loro una bottiglia del 2012, annata preziosa, simbolo di un ricordo destinato a durare nel tempo. Ogni calice di Amarone o Prosecco è una poesia liquida, una storia di mani sapienti, di sole e di attese.
Venezia è un set a cielo aperto, un luogo dove la realtà e il cinema si fondono. Camminare tra le calli al tramonto, sentire il canto di una gondoliera che si mescola al suono dei passi sui ponti, è come entrare in un film. Qui hanno preso vita scene indimenticabili: Tom Cruise che sfreccia in moto tra i canali in Mission Impossible – Protocollo Fantasma, James Bond che naviga furtivo tra i palazzi di Casino Royale, e tanti altri registi che hanno scelto questa città come protagonista silenziosa e maestosa. Venezia è anche teatro di artisti immortali: Tiziano dipingeva la luce dei suoi canali, Goldoni inventava storie di umanità e ingegno, Marco Polo narrava avventure che hanno attraversato continenti.
Verona, con la sua Arena e le pietre che raccontano l’amore di Romeo e Giulietta, è un inno eterno alla passione e alla bellezza. Passeggiare tra i suoi vicoli, respirare l’atmosfera dei secoli, sentire l’eco dei grandi spettacoli all’Arena, è come entrare in un romanzo dove ogni pietra custodisce storie immortali.
Il Veneto è un mosaico: montagne, vigneti, città eterne. Un luogo dove la storia, il cinema e la vita quotidiana si intrecciano, e dove ogni ricordo sembra destinato a rimanere inciso, come il sapore di un vino che non si dimentica. Ogni sorso è un viaggio nel tempo, ogni calice una poesia da assaporare lentamente, tra i riflessi dorati di una giornata veneta.
Venezia, in particolare, non è solo città d’arte e di cinema: fu una delle quattro Repubbliche Marinare italiane, un faro di commercio e cultura nel Mediterraneo. I mercanti veneziani navigavano verso terre lontane, portando spezie, tessuti preziosi e conoscenze, mentre artisti e intellettuali diffondevano l’arte e le idee della Serenissima in tutto il mondo. Le navi cariche di merci e storie facevano di Venezia un crocevia di esperienze e visioni globali, dove ogni pietra racconta di imprese e incontri lontani.
Così, tra le note di Vivaldi, i set cinematografici e le luci dei canali, scoprii un Veneto che continua ad affascinarmi, a sorprendere e a raccontare storie che vivono dentro di me.
Grazie a fiere turistiche, incontri con operatori regionali che ebbi l'opportunità di scoprire la Toscana: una regione dove la brace, l'arte e la costa sono cuore pulsante di questa regione
La Toscana si è rivelata a me come un quadro vivente, dove ogni collina racconta una storia antica di arte, battaglie e profumi di terra. Camminare tra le vie di Firenze significa respirare il respiro di Dante e Leonardo, sentire il peso e la leggerezza di un Rinascimento che continua a stupire, e percepire l’eco dei Medici, mecenati e uomini di potere che trasformarono la città in un laboratorio di geni e di bellezza senza tempo.
Non lontano, Pisa custodisce la sua torre pendente, simbolo di ingegno e ambizione. Si narra che Napoleone, durante la sua campagna in Italia, ne restò colpito e volle ammirarla personalmente: la guida racconta che ci sono scritti dove pare che abbia scherzato con gli ufficiali, fingendo di volerla “dritta con un gesto”, come se il genio umano potesse piegare anche la gravità. Lucca, con le sue mura perfettamente conservate, racconta secoli di indipendenza e scoperte, mentre Siena, patria della prima banca italiana, pulsa di storie di mercanti, contrade e passioni medievali che ancora oggi animano il Palio.
La Toscana è anche un’esperienza sensoriale: il sapore della brace, delle carni che si sciolgono in bocca come poesia, dei formaggi stagionati e dell’olio d’oliva che racconta la pazienza delle mani che lo producono. Ogni pasto si accompagna a un bicchiere di Chianti o di Vino Nobile di Montepulciano, che trasporta i sensi tra vigne baciate dal sole e borghi sospesi nel tempo, come Pienza, Montalcino o San Gimignano, dove le torri si stagliano contro il cielo e i vicoli sussurrano storie di antichi mercati e mestieri.
E poi ci sono le terme di Chianciano, dove il calore dell’acqua sembra restituire il respiro ai secoli, un momento di quiete in cui si percepisce la Toscana non solo come terra di arte e sapori, ma come cuore pulsante di storia e bellezza. Camminare tra queste colline, sentire il vento tra i cipressi e il profumo della terra bagnata, è capire che la Toscana non si racconta solo con le parole: si vive, si assapora e si porta dentro. Non solo italiani: la Toscana ha attratto artisti e scrittori da tutto il mondo. Goethe vi scrisse pagine memorabili nei suoi Viaggi in Italia; David Herbert Richards Lawrence ne celebrò la bellezza selvaggia e autentica; e persino Hemingway trovò ispirazione nelle colline senesi e nei paesaggi della Maremma. La mia guida ricordava con orgoglio come queste terre abbiano accolto e nutrito menti creative, diventando culla di sogni universali.
Fu così che, passo dopo passo, bicchiere dopo bicchiere di vino, ho scoperto la Toscana, non solo terra di arte e sapori, ma cuore pulsante di storia, uomini straordinari, scrittori e artisti internazionali, e bellezza senza tempo destinata a vivere dentro chi la visita.
Circa 10 anni fà grazie al mondo egizio arrivai a scoprire Il Piemonte. Durante una visita al Cairo, un corrispondente mi parlò dell’importanza del Museo Egizio di Torino, custode di tesori antichi e simbolo di una città che da secoli incanta studiosi e viaggiatori. Così, il Piemonte entrò nel mio percorso, un regno di vette imponenti e vallate silenziose, dove il respiro della natura sembra accompagnare ogni pensiero.
Il tartufo bianco d’Alba, nascosto nel cuore della terra, racconta storie di pazienza, dedizione e passione, mentre il Barolo, robusto e avvolgente, accompagna serate tra le colline delle Langhe, tra vigneti ordinati e borghi che conservano un tempo lento. Torino, con le sue piazze barocche, i caffè storici e il fascino della Mole Antonelliana, si è rivelata una città elegante, dove cultura, arte e gusto si intrecciano con naturale armonia.
E a Orta San Giulio, sulle sponde dell’omonimo lago, un’altra eccellenza italiana che conquista il mondo: Villa Crespi, il ristorante dello chef Antonino Cannavacciuolo, dove la cucina si fa poesia e ogni piatto rivela la maestria di mani sapienti. Chi ha avuto la fortuna di sedersi ai suoi tavoli racconta di un’esperienza indimenticabile, in cui il talento umano si fonde con la grandiosità della natura piemontese, incorniciata dal panorama del lago e delle dolci colline circostanti.
Così, tra un sorso di vino nobile, una passeggiata tra le colline e una cena che è un racconto di sapori, il Piemonte svelò la sua anima: austera e raffinata, potente e accogliente, una terra che ti invita a scoprire storie antiche e contemporanee, tra il silenzio delle montagne e il brusio dei mercati, tra i misteri del passato e le eccellenze del presente.
In questo lungo viaggio, iniziato in giovane età e proseguito negli anni, attraverso il mio Paese, un accenno è dovuto anche a due terre diverse ma ugualmente intense: il Friuli Venezia Giulia e l’Umbria.
Il Friuli Venezia Giulia mi ha accolto come un crocevia di popoli, lingue e tradizioni, un confine vivo che si sente nei sapori e nelle storie. I prosciutti di San Daniele, le carni saporite e i vini bianchi dal profumo intenso parlano di una terra orgogliosa e capace di reinventarsi. Trieste, città di frontiera e di pensiero, mi ha fatto respirare l’atmosfera di un tempo in cui era ponte tra Occidente e Oriente. Qui hanno camminato giganti della letteratura come Italo Svevo e James Joyce, e menti brillanti come il fisico Paolo Budinich, pioniere della ricerca scientifica internazionale. Seduto in una delle storiche caffetterie triestine, sembra quasi di poterli vedere ancora discutere di parole, formule e mondi lontani.
Passeggiando lungo il Canal Grande, ho immaginato la Trieste asburgica, quando la città era il principale porto dell’Impero austro-ungarico: un luogo dove mercanti greci, armatori inglesi e poeti mitteleuropei si incrociavano sotto le stesse arcate, parlando lingue diverse ma capendo tutti il linguaggio del commercio e della curiosità. E poi i paesaggi delle Alpi Giulie, con la loro natura ancora selvaggia, regalano silenzi e panorami che sanno di libertà.
Fu durante il viaggio di ritorno dal Friuli Venezia Giulia che qualcosa dentro di me cambiò direzione. La strada scorreva veloce, il mare Adriatico alla mia sinistra, ma un pensiero insistente mi attraversava: l’Umbria, una regione che sin da bambino attraversavo per raggiungere la casa degli zii e dei nonni a Castel Raimondo, nelle Marche. Così, invece di continuare dritto lungo l’autostrada adriatica, seguii un impulso quasi istintivo: svoltai sulla E45, verso il cuore verde d’Italia, verso il luogo dove, in un certo senso, iniziai a vivere quelle emozioni da viaggiatore.
Questi confini estremi di due regioni distanti — una dove il mare bacia le montagne, l’altra un polmone verde nel cuore della penisola — segnarono una nuova rotta del mio viaggio, quasi seguendo le linee di una mappa antica: rotte che un tempo guidavano le navi mercantili lungo l’Adriatico e, poi, i cammini dei pellegrini verso il centro d’Italia. Una traiettoria ideale che mi portò in Umbria, come se ogni strada e sentiero avesse sempre saputo che lì, tra le sue colline, avrei trovato un’altra parte di me.
L’Umbria mi ha regalato fotografie di quiete e un silenzio che sa di sacro. Ad Assisi, davanti alla Basilica di San Francesco, ho sentito la pace avvolgermi come un manto leggero. Qui la storia non è fatta solo di pietre antiche, ma di spiriti che hanno cambiato il mondo: San Francesco con il suo messaggio universale di pace e fraternità, e Santa Chiara con la forza silenziosa della sua fede.
Tra colline e vigneti ho assaporato il Sagrantino di Montefalco e piatti che parlano di legami profondi con la terra: olio d’oliva fragrante, norcineria dal gusto autentico, sapori che sanno di tradizione e passione. Le colline umbre sono un mosaico di borghi medievali, campi dorati e luce morbida, un abbraccio di storia e natura che resta dentro.
A Orvieto, grazie alla mia amica del cuore, ho scoperto una cittadina che custodisce borghi unici e profumi di storia antica. Qui, nel XIX secolo, furono riportate alla luce le necropoli etrusche, con tombe dipinte e reperti che raccontano la vita di un popolo raffinato e misterioso. Spoleto, con le sue piazze e monumenti, Perugia e i suoi affascinanti sotterranei, e i laghi della regione, ognuno con caratteristiche ed emozioni diverse, completano il mosaico unico dell’Umbria.
E, come amo ricordare, vista la vicinanza alla mia città, almeno un paio di weekend all’anno in Umbria sono un rito irrinunciabile: piccoli ritorni a un luogo che sa sempre come accogliermi. Con mia moglie abbiamo vissuto sull’Isola Maggiore uno dei fine settimana più belli, tra tramonti che ho prima fotografato con la mente e poi con la mia Nikon, perché quei colori, sospesi sull’acqua, sembravano irripetibili.
Il mio viaggio in Abruzzo iniziò con Angela, madre dei miei due figli, durante una vacanza diversa da tutte le altre. Pochi giorni prima eravamo rientrati dall'isola di Paros, dove le acque cristalline dell'Egeo, i tramonti infuocati e i polpi stesi al sole ci avevano regalato giorni di rara leggerezza e un romanticismo che ancora oggi riaffiora nei ricordi. Ma questa è un'altra storia.
Sul Passo Lanciano camminammo tra sentieri e piccoli borghi, respirando l'aria limpida dell'Appennino abruzzese, in un silenzio capace di rallentare il tempo e restituire il giusto ritmo ai pensieri. Il viaggio proseguì verso Chieti e lungo la Costa dei Trabocchi, dove il mare si apriva in scorci inattesi e quelle antiche macchine da pesca, sospese tra terra e acqua, sembravano raccontare storie di uomini e di mare. Una cena al tramonto, con il sole che si spegneva lentamente sull'Adriatico, trasformò quella serata in uno di quei ricordi destinati a non scolorire.
L'estate ci regalò trekking e panorami sconfinati, tra crinali che sembravano dissolversi nella luce e orizzonti capaci di allargare lo sguardo e l'anima. Appassionato di sci, non tardai a tornare anche d'inverno, tra Campo Imperatore e Campo Felice, dove la neve trasforma ogni cosa in un paesaggio essenziale, fatto di silenzi ovattati e di una meraviglia che invita alla contemplazione.
Nei piccoli borghi abruzzesi assaporai gli arrosticini, semplici e autentici come la loro terra, e scoprii un popolo profondamente legato alle proprie radici. Un senso di appartenenza che non aveva bisogno di essere spiegato, perché si percepiva negli sguardi, nei racconti, nei gesti quotidiani. L'Abruzzo era diventato uno di quei luoghi che non si limitano a essere visitati, ma che continuano a vivere dentro di te.
Poi il tempo è passato. Sono trascorsi quasi trent'anni prima che tornassi ad affacciarmi su quella costa. Nel luglio del 2026 ho scelto di fermarmi una notte a Vasto, senza immaginare che quel breve soggiorno avrebbe risvegliato emozioni rimaste sopite. La brezza salmastra, il profumo del mare e della cucina adriatica, la luce morbida della sera: tutto sembrava riportarmi a quei giorni lontani. Cenare su una terrazza affacciata sull'Adriatico, davanti a un panorama di straordinaria bellezza, è stato molto più di un semplice momento di piacere. Ho capito che certi luoghi non ci aspettano immobili nel tempo: sono loro a custodire una parte di noi, pronti a restituircela quando decidiamo di tornare. E l'Abruzzo, con la sua discrezione e la sua autenticità, lo ha fatto nel modo più bello.
Molti anni dopo, il destino mi riportò nuovamente in Puglia. Questa volta il motivo del viaggio era diverso e, proprio per questo, ancora più significativo. I bambini che un tempo giocavano sulle spiagge del Gargano, rincorrendosi tra la sabbia e il mare, e correvano spensierati nei vicoli di Peschici e Vieste erano ormai diventati adulti. Mio figlio attualmente ricopre un ruolo manageriale all'interno di una prestigiosa catena alberghiera, mentre mia figlia, ancora studentessa universitaria, staà completando il proprio percorso con uno stage.
Fu il compleanno di mio figlio a offrirci l'occasione di raggiungerli. I loro impegni di lavoro, però, lasciavano poco spazio al tempo libero, e così io e mia moglie decidemmo di concederci un piccolo viaggio nella memoria.
Tornare a Polignano a Mare e passeggiare ancora una volta tra i trulli di Alberobello fu come riaprire un album di fotografie custodito nel cuore. Ogni scorcio sembrava riportare alla mente un'immagine lontana: le risate dei bambini, la loro curiosità davanti a ogni scoperta, la leggerezza di quegli anni in cui bastava poco per sentirsi felici.
Questa volta, però, eravamo soltanto noi due. Eppure non provai alcun senso di vuoto. Al contrario, osservando quei luoghi con occhi diversi, compresi che il tempo non aveva cancellato nulla: aveva semplicemente trasformato i ricordi in gratitudine. I nostri figli erano lì, non più accanto a noi come piccoli esploratori, ma impegnati a costruire il proprio futuro con passione e responsabilità. Era il segno più bello del tempo trascorso.
In quel momento mi resi conto che non ero tornato soltanto in Puglia. Ero tornato in una parte della mia vita, osservandola dall'altra sponda del tempo. I paesaggi erano rimasti gli stessi; a essere cambiati eravamo noi. Ed è forse questo il dono più prezioso del viaggio: permetterci di ritrovare i luoghi che abbiamo amato e, attraverso di essi, riconoscere con serenità le persone che siamo diventati.
Il desiderio di conoscere il mondo continuava a portarmi verso nuovi orizzonti e, quasi naturalmente, fu la volta della Calabria. Una terra aspra e luminosa, dove il mare e la montagna convivono in un equilibrio sorprendente. Grazie alle visite negli hotel che avrei poi promosso, ebbi l'opportunità di percorrerne entrambe le anime, quella ionica e quella tirrenica.
Rimasi affascinato dall'alternarsi di spiagge lambite da acque cristalline, di tramonti che incendiavano il cielo mentre, all'orizzonte, si disegnava il profilo della Sicilia, e di borghi arroccati dove il tempo sembrava essersi fermato. Assaporai il carattere deciso della 'nduja, attraversai gli scenari selvaggi del Parco del Pollino e ritrovai, nel silenzio delle sue montagne, quella pace profonda che solo la natura sa donare. La Calabria mi apparve così: autentica, intensa e generosa, capace di lasciare un'impronta che andava ben oltre la bellezza dei suoi paesaggi.
Ripensandoci oggi, mi accorgo che Abruzzo, Puglia e Calabria non sono mai stati soltanto tre viaggi distinti. Sono diventati le tappe di un unico cammino interiore. Le montagne dell'Abruzzo mi hanno insegnato il valore del silenzio, la Puglia quello dell'accoglienza e della luce, la Calabria la forza discreta di una terra che non ha bisogno di ostentare la propria bellezza. Luoghi diversi, visitati in tempi diversi, ma uniti da un filo invisibile fatto di emozioni, di famiglia, di incontri e di ricordi che il tempo non ha mai cancellato. Perché, in fondo, i viaggi più importanti non sono quelli che ci portano lontano, ma quelli che continuano ad accompagnarci molto tempo dopo il ritorno.
Ed eccoci arrivati nella regione in cui vivo: il Lazio. Una terra piena di storie millenarie: Etruschi, Romani, il cristianesimo… il Lazio è molto più di Roma. Ho esplorato la campagna romana, tra borghi incantati come Tivoli, con la sua Villa d’Este, le fontane che sembrano cantare e i giardini che parlano di armonia tra natura e arte. Civita di Bagnoregio, sospesa nel tempo, resta un esempio di bellezza nostrana ammirata in tutto il mondo, un luogo dove ogni pietra racconta un secolo di storia. Calcata, borgo di artisti arroccato su un crinale, offre scorci da cartolina, mentre Gaeta unisce mare e storia, con la sua torre della Scafa e le chiese medievali. Anagni, città dei Papi, custodisce segreti millenari tra palazzi nobiliari e antiche cattedrali. E poi il Circeo, con le sue leggende, le dune e il promontorio che domina il mare, testimone di miti antichi e passeggiate sospese tra natura e magia.
Ho assaporato una cacio e pepe in una trattoria a Frascati, sotto un cielo che pareva raccontare storie antiche. Tra vigne e uliveti, ho sentito il respiro dell’Impero mescolarsi al presente vivo e pulsante, come un filo invisibile che unisce passato e presente.
Ma il Lazio non è soltanto la culla della storia e dell'arte: è anche una terra che ha alimentato il progresso della scienza e dell'innovazione, dando i natali o offrendo un terreno fertile a menti straordinarie che hanno lasciato un'impronta profonda nella conoscenza umana.
Tra queste spicca Enrico Fermi, nato a Roma, uno dei più grandi fisici del Novecento. Le sue ricerche sulla fisica nucleare gli valsero il Premio Nobel nel 1938 e aprirono la strada a scoperte che avrebbero cambiato per sempre il volto della scienza.
A Roma Guglielmo Marconi sviluppò una parte significativa della propria attività scientifica e istituzionale. Le sue intuizioni sulle comunicazioni senza fili rivoluzionarono il modo di trasmettere informazioni, abbattendo le distanze tra i continenti e inaugurando una nuova era nelle telecomunicazioni.
Nato anch'egli a Roma, Giovanni Battista Grassi, zoologo e medico, individuò il ruolo della zanzara Anopheles nella trasmissione della malaria, offrendo un contributo determinante alla medicina moderna e alla lotta contro una delle malattie più diffuse del suo tempo.
Accanto a lui operò Angelo Celli, medico, igienista e parlamentare, che dedicò la propria vita allo studio della malaria e alla promozione della salute pubblica, contribuendo in modo concreto al miglioramento delle condizioni sanitarie delle campagne italiane.
Passeggiare tra le città e i borghi del Lazio significa respirare non soltanto il fascino di una storia millenaria, ma anche l'eredità di uomini e donne che hanno saputo osservare il mondo con curiosità, rigore e spirito d'innovazione. Qui il passato non appartiene solo ai libri di storia: continua a vivere tra le piazze, i monumenti e le persone, dialogando ogni giorno con il presente.
Roma, con il Colosseo, i Fori Imperiali e i suoi innumerevoli tesori, resta il cuore pulsante di una regione capace di unire tradizione e modernità. Tivoli e Frascati raccontano l'eleganza della campagna romana e il piacere di ritmi più lenti, mentre Civita di Bagnoregio e Calcata testimoniano come il tempo possa consumare la pietra senza mai intaccarne il fascino. È questo il volto del Lazio: una terra dove ogni strada conduce a una storia, ogni panorama custodisce una memoria e ogni ritorno regala una nuova emozione.
Accanto ai luoghi più conosciuti esistono poi piccoli borghi che meritano di essere scoperti con calma. A Celleno, il "borgo fantasma", le rovine medievali trasformano il silenzio in un racconto. Cervara di Roma, arroccata sulla montagna, conserva l'anima degli artisti che nei secoli l'hanno scelta come rifugio e fonte d'ispirazione. Castro dei Volsci domina la Ciociaria come un balcone naturale, custodendo la memoria di un popolo antico. Greccio, con il primo presepe voluto da San Francesco, continua a trasmettere un messaggio di semplicità che attraversa i secoli. Castel di Tora, infine, si riflette nelle acque del Lago del Turano offrendo uno di quei panorami che invitano semplicemente a fermarsi e contemplare.
In ogni viaggio ho imparato che non sono soltanto le grandi città a lasciare il segno. Spesso sono proprio i luoghi meno conosciuti, un vicolo silenzioso, una piazza, una persona incontrata per caso o un tramonto inatteso a trasformare un ricordo in un'emozione destinata a rimanere.
Queste pagine dedicate ad alcune regioni d'Italia rappresentano soltanto una piccola parte del mio cammino. Non hanno la pretesa di raccontare tutto ciò che il nostro Paese offre, ma desiderano condividere ciò che ho avuto il privilegio di vivere nel corso degli anni. Ogni regione possiede una propria anima, fatta di paesaggi, tradizioni, cultura e persone che meritano di essere conosciute e rispettate.
Come ho scritto nella pagina Errantia, il mio intento non è quello di realizzare una guida turistica né di sostituirmi agli enti o agli autori che raccontano il territorio con finalità storiche o istituzionali. Il mio desiderio è semplicemente condividere esperienze vissute, ricordi, incontri ed emozioni, nella speranza che possano trasmettere la curiosità di partire e, soprattutto, di osservare ogni luogo con rispetto e attenzione.
Dopo aver visitato oltre 100 Paesi nel mondo, continuo a credere che ogni viaggio, vicino o lontano, abbia qualcosa da insegnare. Non conta soltanto la destinazione, ma il modo in cui la viviamo, le persone che incontriamo e ciò che riportiamo a casa dentro di noi.
Il mio viaggio continua. Continuerò a raccontare i luoghi che avrò la fortuna di conoscere, con lo stesso entusiasmo che mi accompagna da oltre quarant'anni, perché ogni strada percorsa aggiunge un tassello alla nostra storia e ogni esperienza condivisa è un piccolo modo per fare in modo che ciò che abbiamo visto, vissuto e imparato non venga perduto nel tempo.
"Ogni viaggio è un filo sottile che unisce luoghi e emozioni, scrivendo storie invisibili nel cuore. Io, Errante, cammino portando con me tramonti, profumi, incontri e ricordi, lasciando che ogni angolo del mondo diventi memoria, scoperta e casa del mio spirito."
— Pierluigi Cruciani
L’Italia non è solo la sua bellezza celebrata: monumenti, città d’arte e paesaggi che il mondo intero ammira.
C’è un’altra Italia, più nascosta, fatta di leggende tramandate sottovoce, di tradizioni che affondano le radici nei secoli, di dettagli invisibili che raccontano un volto segreto della nostra storia.
È l’Italia delle domande curiose, delle coincidenze sorprendenti, delle invenzioni nate per caso e delle storie che hanno attraversato i secoli, lasciando impronte non sempre nei manuali, ma certamente nell’anima del Paese.
E ogni “Lo sapevate che…” è una chiave discreta.
Sta a voi scegliere se aprire la porta.