Oceania

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Pierluigi in the World

Ogni viaggio lascia un segreto inciso nell’anima


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Kirghizistan

Il volo, il mito e la terra promessa

Kirghizistan

Il volo, il mito e la terra promessa

Tutto è cominciato a diecimila metri d’altezza.

Era notte e stavo tornando a casa dalla Thailandia. Fuori dal finestrino non c’era quasi nulla. Solo il buio immenso dell’Asia, qualche luce lontanissima e quella sensazione stranissima di essere sospesi da qualche parte tra un luogo e l’altro.

In cabina regnava una penombra azzurra.

La maggior parte dei passeggeri dormiva.

Io guardavo un film.

Si chiamava Centaur e raccontava una storia ambientata in una piccola comunità tra le montagne del Kirghizistan.

Non ricordo tutto.

Ricordo di essermi addormentato più volte, risvegliato dalle turbolenze, per poi tornare a guardare lo schermo. Eppure, alcune immagini sono rimaste lì, ostinate. Come succede con certi sogni che al mattino non riesci a ricostruire, ma di cui continui a sentire l’emozione.

C’era un uomo e c’erano i cavalli.

Ma soprattutto c’era qualcosa che quell’uomo cercava disperatamente di ritrovare: un legame antico, quasi sacro, tra il suo popolo e quegli animali. I cavalli non erano soltanto cavalli. Erano libertà. Erano memoria. Erano, nelle parole del film, “le ali dell’umanità”.

C’era sua moglie, sordomuta.

E c’era il loro bambino.

Tra madre e figlio c’era un silenzio che non sembrava affatto vuoto. Anzi. Era pieno di gesti, di sguardi, di una tenerezza che non aveva bisogno di parole.

E mentre guardavo, sentivo crescere dentro di me la paura del padre.

La paura che quel bambino potesse un giorno conoscere lo stesso silenzio della madre.

Poi c’erano gli altri uomini.

Uomini musulmani, devoti, alle prese con una vita difficile e con un mondo che stava cambiando rapidamente intorno a loro. Cercavano i soldi per poter compiere il viaggio della vita: andare alla Mecca, realizzare il pellegrinaggio.

Guardavo quelle immagini dal mio sedile d’aereo.

E qualcosa, dentro di me, si muoveva.

Non sapevo ancora cosa.

Non sapevo che di lì a poco avrei cominciato a pensare a quel paese.

Quando l’aereo atterrò, il film era finito.

Ma il Kirghizistan era rimasto con me.

Era rimasto da qualche parte tra le montagne viste sullo schermo, quei cavalli, quel bambino, quella donna silenziosa.

Sotto la pelle.

Cominciai a chiedermi che paese fosse davvero.

Una terra quasi sconosciuta per me, nel cuore dell’Asia Centrale. Un paese fragile e fiero, con una società civile sorprendentemente viva, una storia difficile e una politica spesso attraversata da improvvise turbolenze.

Ma più cercavo di capire, più avevo voglia di smettere di leggere e partire.

Volevo vederlo.

Sentirlo.

Lasciarmi sorprendere.

Così sono partito.

Senza un itinerario perfetto.

Senza la pretesa di conoscere già quello che avrei trovato.

Con quella curiosità un po’ infantile che, forse, è il modo migliore per viaggiare: andare incontro a qualcosa senza sapere esattamente cosa stai cercando.

 

Poi sono arrivate le montagne.

E davanti a loro, per un po’, ho smesso di cercare risposte.

Il Tien Shan non assomigliava alle immagini che avevo visto.

Era molto più grande.

Più selvaggio.

Più silenzioso.

Le montagne si alzavano davanti a me come una muraglia di roccia e ghiaccio, così alte da sembrare appartenere a un altro mondo. Il cielo era di un blu quasi irreale e il vento scendeva dai ghiacciai con una violenza che non lasciava spazio a nessuna distrazione.

Faceva freddo.

Un freddo vero.

Quello che entra nelle maniche, passa attraverso i vestiti, arriva fino alle ossa.

Camminavo da ore.

Intorno a me non c’era quasi niente.

Solo la steppa d’alta quota, le montagne e il vento.

A un certo punto mi sono chiesto cosa stessi facendo lì.

Poi ho visto del fumo.

Un filo sottile, quasi invisibile, che saliva verso il cielo.

Mi sono avvicinato.

Era una yurta.

Una piccola yurta bianca in mezzo a quella immensità.

Una casa fragile nel nulla.

Mi sono fermato per un istante.

Non sapevo cosa aspettarmi.

Prima ancora che potessi bussare, la porta si è aperta.

E qualcuno mi ha fatto entrare.

Nessuna domanda.

Nessuna diffidenza.

Nessuno stupore per quello straniero comparso dal freddo.

Semplicemente, entra.

In una terra dove la natura può essere dura fino alla crudeltà, l’ospite è sacro.

Ho varcato quella soglia.

E qualcosa è cambiato.

Il vento è rimasto fuori.

Il freddo è rimasto fuori.

Dentro c’era un altro mondo.

C’era il calore della stufa.

L’odore della legna bruciata.

Quello particolare del feltro.

Il profumo del cibo.

Il plov che cuoceva lentamente.

E il pane, la lepeshka, rotondo e caldo, pronto per essere spezzato con le mani e condiviso.

Mi ricordo soprattutto una donna.

Aveva il volto segnato dal sole e dal vento delle montagne.

Occhi fieri.

Ma gentili.

Mi ha guardato e ha sorriso.

Non abbiamo detto quasi nulla.

E per un attimo ho pensato alla donna del film.

Alla madre.

A quel silenzio che, durante il volo, mi aveva colpito così tanto.

Poi la donna ha preso una tazza di tè.

Era bollente.

Me l'ha porse con entrambe le mani, con un piccolo gesto del capo.

L'ho presa.

Avevo le dita congelate.

Le ho strette attorno alla tazza.

Sono rimasto lì qualche secondo senza bere.

Fuori il vento continuava a soffiare.

Dentro la yurta, la stufa crepitava.

Poi ho bevuto.

E non so perché, ma in quel momento mi sono sentito incredibilmente bene.

Non avevo bisogno di capire tutto.

Non avevo bisogno di sapere la storia di quella donna, di quella famiglia, di quella montagna.

E nemmeno di capire esattamente perché fossi arrivato fin lì.

Ero semplicemente lì.

Con una tazza di tè tra le mani.

In una yurta sperduta tra le montagne del Kirghizistan.

E mi sono tornate in mente le immagini di quel film.

Il cavallo.

Il bambino.

La madre.

Il silenzio.

Mi sono ricordato di essere seduto su un aereo, qualche giorno prima, a diecimila metri d’altezza, mentre fuori c’era soltanto il buio.

E ho pensato a quanto sia strano il viaggio.

A volte crediamo di scegliere una destinazione.

In realtà, forse, è la destinazione che comincia a sceglierci molto prima.

Magari mentre dormiamo su un aereo.

Magari dentro un film che non pensavamo nemmeno di voler vedere.

Magari attraverso gli occhi di una donna che non parla la nostra lingua e che, senza conoscerci, ci porge una tazza di tè.

Quella sera non ho trovato risposte.

Ho trovato qualcosa di diverso.

Una sensazione.

Quella di essere esattamente dove dovevo essere.

E forse è questo che continuo a cercare quando viaggio.

Non luoghi da collezionare.

Non fotografie.

Non risposte.

Cerco momenti che, per qualche ragione, rimangano dentro.

Momenti che anni dopo riesci ancora a sentire.

Come il freddo sulle montagne.

Il rumore del vento.

Il calore di una stufa.

E una tazza di tè stretta tra le mani.

In una piccola yurta, nel cuore del Kirghizistan.