Oceania

Pierluigi in the World
Ogni viaggio lascia un segreto inciso nell’anima
pierluigi in the world @ All Right Reserved 2026
Termini e Condizioni pierluigiintheworld - Trasparenza Tecnologia e Responsabilità Autoriale
Privacy policy - Cookie policy - Note Legali e Diritti d'Autore







Alaska
Sei giorni dove finisce la strada
Ci sono luoghi che visiti. E altri che, anche dopo quindici anni, continuano a vivere dentro di te.
Non avevo programmato di andare in Alaska. Era la fine di luglio di circa quindici anni fa. Ero negli Stati Uniti per lavoro quando il mio corrispondente americano mi fece una proposta che lì per lì mi sembrò quasi una provocazione.
«Hai sei giorni liberi?»
«Dipende. Dove vuoi mandarmi?»
«In Alaska.»
Alaska? Ci pensai qualche secondo. Poi dissi sì.
Non avevo preparato un itinerario. Non avevo studiato per mesi cosa vedere. Avevo semplicemente accettato un invito a conoscere un'America diversa.
Il mio corrispondente me lo disse in maniera semplice:
«Vai a vedere come vivono gli americani quando devono fare i conti con la natura.»
Allora non compresi fino in fondo quella frase. Oggi sì. Anchorage. Quando lo spazio diventa protagonista
Arrivai ad Anchorage in estate e la prima sorpresa fu la luce. Era luglio e il giorno sembrava non voler finire mai. Mi aspettavo ghiaccio, neve e paesaggi quasi irraggiungibili. Trovai invece una città viva, moderna, circondata da montagne, acqua e foreste. Ma ciò che mi colpì veramente fu lo spazio. Quello spazio che noi europei facciamo fatica persino a immaginare. In Alaska puoi guardare davanti a te per chilometri senza incontrare una casa. E allora capisci qualcosa. La natura non è il contorno della vita. È parte della vita stessa.
Seward. Il mare che respira
Il giorno seguente salii sull'Alaska Railroad diretto verso Seward. Il treno costeggiava il Turnagain Arm mentre le Chugach Mountains sembravano scendere direttamente nell'acqua. Dal finestrino passavano foreste, montagne, ghiacciai e corsi d'acqua. Sembrava di guardare un film. Solo che nessuno aveva bisogno di proiettarlo. A Seward salii su una barca diretta verso il Kenai Fjords National Park.
E lì arrivarono le balene.
Una pinna.
Un soffio.
Un dorso che emergeva dall'acqua.
Poi niente.
Il mare tornava immobile.
Aspettavi.
E improvvisamente ricomparivano.
Fu una delle prime lezioni che l'Alaska mi avrebbe insegnato: la natura non è uno spettacolo organizzato per noi. Siamo noi a dover aspettare.
Il ghiacciaio
Davanti al ghiacciaio Holgate rimasi in silenzio, cercavo di immaginarlo in autunno o a inizio primavera.
Sembrava immobile.
Poi arrivò un rumore.
Un tuono.
Il ghiaccio si spezzava. Un enorme blocco precipitò nell'acqua e il boato arrivò qualche istante dopo. Il calving è un fenomeno naturale, ma davanti a quella parete di ghiaccio la parola “naturale” sembrava improvvisamente troppo piccola. Quello che sembrava immobile era vivo. E si muoveva.
Talkeetna. Verso il Denali
Il giorno successivo in treno raggiunsi Talkeetna, uno dei luoghi legati all'escursione verso il Denali.
E poi arrivò lui.
All’epoca continuavo a chiamarlo McKinley, il nome con cui ero cresciuto. Oggi preferisco usare Denali, il nome ufficiale dal 2015 e quello con cui la montagna era tradizionalmente conosciuta dalle popolazioni indigene.
Ricordo il momento in cui apparve davanti a noi. Il paesaggio si aprì e vidi un gigante che domina l’Alaska. La montagna sembrava appartenere a un altro mondo. Poi, quasi naturalmente, calò il silenzio.
Non c’era molto da dire. Quando un paesaggio riesce a toglierti le parole, ha già raccontato tutto.
In Alaska ho navigato, viaggiato in treno, attraversato fiumi e osservato la fauna. Ho cercato animali tra gli alberi e lungo le rive, imparando che in quella natura selvaggia bisogna soprattutto saper aspettare e osservare.
Alci.
Aquile.
E, con molta più prudenza, i grizzly.
Perché qui gli animali non sono semplicemente “attrazioni”.
Sono abitanti.
Noi siamo gli ospiti.
Questa differenza cambia completamente il modo di guardare la natura. Un orso non è un personaggio da fotografare a tutti i costi. È un animale selvatico che merita distanza e rispetto. E forse è proprio questo uno dei messaggi più importanti che mi sono portato a casa.
Sei giorni. Quando arrivò il momento di partire mi accorsi che il viaggio aveva cambiato prospettiva. Ero partito per conoscere l'Alaska. Ma avevo finito per capire qualcosa degli uomini che vivono lassù.
Le distanze.
Il clima.
La solitudine.
La necessità di rispettare la natura. Il rapporto con uno spazio che non può essere addomesticato completamente. New York e Alaska appartengono allo stesso Paese. Eppure sembrano due mondi. A New York il rumore ti ricorda continuamente che sei circondato dagli altri. In Alaska il silenzio ti ricorda che puoi essere solo. E allora compresi finalmente cosa voleva farmi vedere il mio amico americano. L'Alaska non cambia soltanto il paesaggio. Cambia la proporzione fra l'uomo e il mondo. Sono passati circa quindici anni. Non ricordo ogni dettaglio di quei sei giorni. E forse è normale. Ma ricordo le sensazioni.
Il ghiaccio.
Le montagne.
Il mare.
Gli animali.
La luce interminabile dell'estate.
E soprattutto quella sensazione di essere entrato, per qualche giorno, in un luogo dove la natura non aveva bisogno del permesso dell'uomo. Forse è per questo che l'Alaska è rimasta dentro di me.
Non come una fotografia.
Ma come una domanda.
Quanto siamo piccoli, quando finalmente ci troviamo davanti a qualcosa di veramente grande?