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Non tutto ciò che brilla è oro, e non tutto ciò che è stato detto è vero
Un incontro tra le terre rosse del Sud-Ovest americano
Ci sono racconti che appartengono ai libri.
E poi ce ne sono altri che arrivano da una voce, da un incontro, da un momento preciso della vita e rimangono dentro di noi molto più a lungo.
Era il 2011 quando attraversavo le terre rosse del Sud-Ovest americano. Ricordo la luce, il calore della pietra, il silenzio dei canyon. E ricordo soprattutto una guida nativa che mi accompagnava.
Un uomo riservato, attento, che parlava poco. Ma quando lo faceva, sembrava scegliere le parole con la stessa cura con cui si raccolgono le cose preziose. Il suo nome, così come lo ricordo, era Koko.
Quello che segue non vuole essere una lezione di storia. È il ricordo di ciò che ascoltai quel giorno. Una memoria personale, raccolta con rispetto, che accompagno però con ciò che oggi sappiamo essere documentato.
Perché raccontare le popolazioni native d'America significa anche imparare a distinguere la memoria dalla leggenda, il racconto personale dalla storia, la verità vissuta dalla verità documentata.
“Ci hanno raccontato come selvaggi”
Camminavamo tra le rocce.
Koko mi parlava delle ferite lasciate dall'espansione degli Stati Uniti, delle terre perdute, dei trattati, delle riserve e delle generazioni costrette a vivere dentro confini che non avevano scelto. Mi parlò soprattutto dei bambini. Di quelli sottratti alle famiglie e mandati nei collegi, dove in molti casi furono separati dalla propria lingua, dai propri capelli, dai propri abiti e dalle proprie tradizioni. Non era soltanto il racconto di una sconfitta. Era il racconto di una sopravvivenza.
“Ci hanno tolto la terra, gli spiriti, i nomi. Ma non ci hanno tolto il cuore.”
Non so se quelle parole fossero una frase tramandata, una sua elaborazione o semplicemente il modo in cui quel giorno aveva scelto di parlarmi. So soltanto che le ricordo ancora. E forse è proprio questa la natura della memoria: non sempre conserva le parole esatte, ma conserva ciò che quelle parole hanno lasciato dentro di noi. I figli di chi non è scomparso. A un certo punto Koko mi fece una domanda.
“Vuoi sapere dove sono oggi i figli di quelle tribù che credevano distrutte?”
Poi indicò il cielo.
Mi parlò dei Mohawk, ricordandomi il legame di molte generazioni di lavoratori mohawk con la carpenteria metallica e con la costruzione dei grandi edifici americani. Non era soltanto una metafora. La presenza dei Mohawk tra gli ironworkers è storicamente documentata, anche nella costruzione dei grandi grattacieli di New York. Uomini abituati a lavorare ad altezze vertiginose, sospesi sull'acciaio mentre sotto di loro la città cresceva. Koko sorrideva. Era orgoglio. Non quello rumoroso. Quello che non ha bisogno di dimostrare nulla. Non siamo il passato
Poi arrivarono i nomi.
Buffy Sainte-Marie.
Russell Means.
Wilma Mankiller.
Graham Greene.
Persone diverse, storie diverse, appartenenti a comunità e generazioni differenti. Ma tutte, in qualche modo, parte di quella presenza nativa che l'immaginario occidentale ha troppo spesso relegato al passato. Wilma Mankiller, per esempio, divenne nel 1987 la prima donna eletta Principal Chief della Cherokee Nation e guidò la Nazione per due mandati. La sua storia racconta bene qualcosa che Koko cercava di farmi comprendere:
non si trattava di un popolo scomparso. Si trattava di popoli che continuavano a vivere.
A cambiare.
A combattere.
A custodire.
A reinventarsi.
“Noi non siamo il passato”
Ricordo che Koko, prima di salutarci, guardò l'orizzonte. Il sole stava scendendo sulle rocce.
Nuovamente mi disse:
“Noi non siamo il passato. Siamo sopravvissuti.”
Non so quanto di quella frase appartenga esattamente alle sue parole e quanto sia rimasto nella mia memoria attraverso gli anni.
Ma il significato non l'ho mai dimenticato. Perché forse è proprio questo il punto. Gli indigeni d'America non appartengono a un museo. Non sono fotografie in bianco e nero. Non sono piume, cavalli, tende e racconti del West. Sono persone. Sono comunità contemporanee. Sono lingue che ancora vengono parlate, cerimonie che ancora vengono celebrate, famiglie che ancora tramandano nomi e memorie.
Sono passato. Ma soprattutto sono presente. Una storia raccolta, non una verità assoluta.
Quello che avete letto è il ricordo di un incontro. Non pretende di parlare a nome dei popoli nativi americani. Non pretende di trasformare la voce di un uomo in quella di un intero popolo. E soprattutto non vuole confondere la tradizione orale con il dato storico.
Io ero lì.
Ho ascoltato.
Ho cercato di comprendere.
E oggi, dopo tanti anni, provo semplicemente a restituire quella voce con la stessa cosa con cui l'avevo ricevuta:
rispetto.
Koko, prima di allontanarsi, mi disse qualcosa che ancora oggi considero il senso di quell'incontro:
“Racconta ciò che hai visto. Non per condannare. Ma per ricordare. Perché finché c'è chi ascolta, la nostra voce vive.”
Forse non ricordo ogni parola esattamente, ma ricordo perfettamente ciò che provai. E questo, per me, è il viaggio. Non portare via una storia.
Lasciarsi attraversare da essa.
Storie nelle storie – Nativi Americani
Nel cuore delle terre rosse d’America, alcune storie non sono mai davvero diventate passato.
Tra canyon, riserve e città costruite sull’acciaio, sopravvivono voci, tradizioni e memorie di popoli che la storia ha cercato di cancellare, ma che hanno continuato a camminare.
Nativi, guerrieri, artisti, attivisti, donne e uomini che hanno trasformato la ferita in identità e il silenzio in voce.
E ogni “Lo sapevate che…” è una porta socchiusa.
Dietro quella porta c’è una storia.
Sta a voi decidere se entrare.