Oceania

Pierluigi in the World
Ogni viaggio lascia un segreto inciso nell’anima
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Australia. Il richiamo del silenzio.
"Ci sono luoghi che ti raccontano… e poi c’è l’Australia, che ti riscrive."
— Pierluigi Cruciani
Era il 1996, e l’Australia mi chiamava da lontano. Come una voce che conosci da sempre, ma che solo in silenzio impari ad ascoltare. Non sapevo ancora che quel viaggio avrebbe segnato un prima e un dopo, e che avrebbe insegnato qualcosa di più grande, senza ancora capirlo.
Atterrai a Darwin, nel Top End, dove l’umidità ti abbraccia e le nuvole sembrano respirare. Da lì presi la strada verso sud, attraverso distese rosse, cieli infiniti e silenzi che sembravano avere un battito. La destinazione era Uluru, a circa 2000 km da Darwin, ma in Australia è il cammino a contare, non la meta. Incontro con l’anima del deserto
Prima tappa a Katherine, ai margini del Nitmiluk National Park. Lì ebbi il mio primo vero incontro con la cultura aborigena. La guida mi condusse da una popolazione locale, gli Jawoyn.
Un anziano mi parlò del Tempo del Sogno, seduti all’ombra di un eucalipto: ogni roccia, ogni pozza d’acqua, ogni animale ha un canto, un’origine, un’anima. Ascoltavo con l’emozione di un bambino di fronte a un dono atteso da sempre. Non era una lezione. Era un passaggio d’anima da un corpo all’altro.
Il giorno seguente raggiungemmo Tennant Creek, dove incontrai giovani artisti Warlpiri. Dipingevano su tela sacra usando simboli antichi. Mi spiegarono il linguaggio dei punti, dei colori, delle linee: vere mappe spirituali. Quella sera, attorno al fuoco, fui invitato ad assistere a una danza cerimoniale. Non scattai fotografie. Sentivo che certe cose non vanno catturate, ma custodite.
Alice Springs e la porta del cuore. Prima di arrivare a Uluru, tappa ad Alice Springs, la città ponte tra modernità e spiritualità. Piccolo stop per un pranzo leggero, comprai del pane locale e acqua, e partii per l’ultimo tratto verso Uluru. Giunsi nel tardo pomeriggio. Il sole si chinava, e la roccia sacra fino a quel momento solo una fotografia su una guida che piano piano prese vita. Uluru non è una montagna. È un essere. Respira. Cambia colore. Osserva.
Mi sistemai in un piccolo motel essenziale. Dormii poco o nulla. Il cielo era trapunto di stelle, le stesse che da bambino osservavo sognando mondi lontani, aspettando il dirigibile della Goodyear ( Libro autobiografico Tra il silenzio e le frontiere - Oltre le parole, la forza di un viaggio di Pierluigi Cruciani ). Era come se ogni sogno fatto da bambino si fosse dato appuntamento lì. L’alba fu un battesimo. Uluru brillava d’arancio. E io non avevo bisogno di altro.
Importante sapere che dal 2019 non è più possibile scalarlo, e credo sia giusto così. Salire su quella roccia oggi sarebbe un gesto contro la sacralità. Ma io, da quella notte sotto le stelle e da quella scalata interiore, non ho mai più smesso di salirci dentro.
Dopo il cuore rosso dell’Australia, mi spostai verso la costa nord-orientale. Un volo fino a Cairns, per incontrare un altro respiro sacro: la Grande Barriera Corallina, visibile perfino dallo spazio. Sorvolarla fu un’esperienza mistica, anche se non era il periodo migliore: eravamo ai primi di novembre. Il destino volle però regalarmi un tempo fantastico e un’acqua tiepida dai colori blu elettrico, smeraldo e zaffiro. L’oceano si svelava come un mosaico vivente. Con maschera e boccaglio mi immersi tra pesci arcobaleno e coralli vibranti. Era come nuotare dentro un sogno. Una toccata e fuga, un assaggio per comprendere che anche lì, sotto le onde, il Tempo del Sogno continuava e nello stesso tempo iniziavo a pensare alla lunga traversata aerea verso Perth. Siamo a pochi giorni dal rientro in Italia e non potevo non visitare Perth, ubicata sulla costa occidentale. Una città elegante, silenziosa, quasi timida. Lì tutto rallenta, tutto ascolta. Passeggiavo lungo lo Swan River, tra tramonti gentili e venti d’oceano. Perth non si impone: ti abbraccia con discrezione. Mi sembrò una soglia: tra ciò che avevo vissuto e ciò che stavo diventando. Da lì raggiunsi Fremantle, cittadina costiera e ribelle, con un’anima bohémien. Tra locali vivaci e vicoli che profumano di storia, scoprii la birra artigianale australiana, moderna ma con radici profonde. Ogni sorso raccontava la libertà di un nuovo stile di vita.
Poi salpai verso Rottnest Island, dove il tempo sembra essersi fermato. Lì, tra spiagge bianche e acque turchesi, incontrai il quokka, il piccolo marsupiale dal sorriso tenero e curioso. Nessuna paura, nessuna fretta. Solo un presente fatto di luce, natura e semplicità. Anche in quel sorriso animale c’era qualcosa di sacro. Forse perché l’Australia sa parlarti in ogni forma: roccia, vento, pelle… o sguardo. Lì mi resi conto che, anche nel ritorno, si può nascere di nuovo.
Volo verso Sydney – Il cuore moderno e antico
Altra lunga attraversata per vivere una metropoli australiana che pulsa tra passato e futuro…Sydney. Arrivai con un misto di attesa e un pizzico di paura: avrei trovato lì le forti emozioni di Uluru? Sydney è la città dalle mille sfumature, dove l’opera di Sydney si riflette sulle acque del porto, e la natura convive con grattacieli scintillanti. Passeggiai tra i vicoli del quartiere The Rocks, respirando la storia degli europei, dei detenuti e dei pionieri. Assaporai la cultura cosmopolita, la musica viva, la cucina dai mille sapori. La città mi accolse con il suo profilo elegante: l’Opera House, le vele bianche che sembrano sospese in una sinfonia; l’Harbour Bridge, come un abbraccio d’acciaio sopra l’acqua. Eppure, mi sentivo fuori tempo. Passeggiavo tra le vie di The Rocks, tra mercatini, locali, musica di strada... ma avevo nella testa ancora la sabbia rossa sotto le scarpe e vento del deserto nelle orecchie. Mi mancava il silenzio, quello che parla. Ma Sydney, con il tempo, mi insegnò una nuova armonia: che anche la bellezza urbana può essere poesia, se sai guardare con occhi ancora pieni di sogni. Quei sogni, vivi e pulsanti, continuarono a intrecciarsi con ogni passo di quel viaggio che mi attraversava l’anima. Mentre percorrevo la Great Ocean Road, quel magico tratto di costa, il cui paesaggio si spalancava come un quadro dipinto dalla natura stessa, sentivo i sogni trasformarsi in compagni silenziosi, custodi di emozioni profonde, che rendevano ogni istante un frammento eterno di bellezza e meraviglia. Un nastro d’asfalto che corre tra le scogliere e l’infinito, tra vento, acqua e pietra. I Dodici Apostoli, colonne calcaree che emergono come giganti dal mare, sembrano sentinelle antiche che vegliano sul tempo. Ogni curva svelava un panorama diverso, ogni sosta un momento di meraviglia. Mi fermai a Lorne, piccolo villaggio costiero dove il profumo degli eucalipti si mescola al sale. Un vecchio pescatore mi raccontò di quando, d’inverno, le balene si avvicinano alla riva e il mare canta canzoni che solo chi ha pazienza riesce a sentire.
La Great Ocean Road non è una strada. È un poema scolpito nella roccia, una carezza che l’Australia ti regala quando sente che la stai ascoltando davvero. Poi fu il turno di Melbourne, raffinata e ribelle. Una città che vibra di arte e cultura, di jazz notturno nei vicoli e di caffè che raccontano storie in ogni tazza. Passeggiai per Hosier Lane, dove i muri parlano attraverso graffiti colorati e messaggi nascosti. Andai in tram fino al Queen Victoria Market, dove la multiculturalità si mescola al profumo delle spezie. E tra una galleria d’arte e un parco rigoglioso, mi accorsi che Melbourne non chiede di essere capita. Melbourne si lascia vivere, come un quadro astratto che ti somiglia anche se non sai perché.
L’ultima tappa fu la Tasmania, un mondo a parte. Un’isola selvaggia, misteriosa, che pare galleggiare ai confini della mappa e della memoria. Camminai nei sentieri del Cradle Mountain-Lake St Clair National Park, tra laghi immobili e foreste antiche. Qui il tempo non corre, si allarga. Visitai Port Arthur, l’ex colonia penale, dove le pietre raccontano storie di sofferenza, redenzione, silenzi. Ricordo che incontrai una piccola comunità locale che ancora onora i racconti dei palawa, gli aborigeni tasmaniani. Mi raccontarono di spiriti d’acqua, di montagne che camminano nei sogni, di stelle che guidano chi ha perso la strada. La Tasmania fu l’eco finale del mio viaggio. Un sussurro dolce e profondo. Un addio che sembrava un inizio.
Riflessione finale – Quando la terra ti riscrive
L’Australia non mi ha offerto solo paesaggi. Mi ha tolto le maschere. Mi ha restituito alla mia essenza. Ho imparato che il silenzio non è vuoto, ma ascolto. Che il cielo può essere casa, e che certe notti sotto le stelle di Uluru o sopra i coralli dell’oceano il bambino che ero ha finalmente incontrato l’uomo che sono diventato.
"L’Australia non è un luogo da visitare. È una terra da lasciare entrare, lentamente, fino a quando sarà lei a parlare al posto tuo."
Pierluigi Cruciani
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